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Prima di tutto, i fatti, nudi e crudi. La lunga vicenda che ha coinvolto la Sea-Watch 3 – nave di una ONG impegnata nel salvataggio di naufraghi nel Mediterraneo – e la sua capitana Carola Rackete, è arrivata a un punto fermo giudiziario. E il verdetto è inequivocabile su tutti i fronti.

In sede penale la storia si era già chiusa: l'arresto della capitana non fu convalidato e tutto si concluse con un'assoluzione piena e definitiva in Cassazione. Il motivo? La violazione del blocco navale fu considerata legittima perché Rackete agì in "adempimento di un dovere". Soccorrere chi rischia la vita in mare non è un reato, è un obbligo.

La novità di questi giorni arriva in sede civile: il tribunale di Palermo ha stabilito che i Ministeri dell'Interno, dei Trasporti e dell'Economia devono risarcire la ONG con 76.000 euro. La ragione è semplice: dopo l'ingresso a Lampedusa, la nave fu trattenuta sotto sequestro per mesi senza alcuna valida ragione legale.

Ecco il quadro. Ora, ve lo ricordate il 2019? Quando i porti diventavano set televisivi e la politica si faceva a colpi di video su Facebook? Noi di Nonantola Progetto 2030 avevamo già capito che chi guidava il Ministero dell’Interno stava procedendo contromano rispetto al diritto internazionale. Non era un’opinione: era scritto nelle norme, quelle stesse norme che oggi i tribunali confermano.

Per questo decidemmo di contribuire alle spese legali di Sea-Watch, chiamata a difendersi da accuse ingiuste. Non per spirito di contraddizione, ma per un elementare attaccamento alla legalità. Una scelta consapevole, fatta con le nostre risorse: quando la legge è dalla tua parte, sostenere la giustizia non è una scommessa.

Oggi arriva l’ultimo atto. Il conto, quello vero, per quella gestione ideologica e per quel sequestro illegittimo: quei 76.000 euro stabiliti dai giudici di Palermo. Il risarcimento per la ONG è sacrosanto. La domanda è: chi paga?

Chiariamo subito: non c’entrano nulla i fantomatici “giudici politicizzati". Le regole funzionano, quando vengono rispettate. Il problema nasce quando qualcuno prova a piegarle a uso e consumo della propria propaganda. Il risultato? Il conto lo pagano i cittadini.

  • L’errore: atti illegittimi firmati unicamente per raccattare applausi.
  • Il responsabile: politicamente intoccabile, economicamente illeso.
  • Il pagatore: noi. Tutti.

I 76.000 euro escono dalle casse pubbliche, non dal portafoglio di chi ha preferito la posa da “uomo forte” al rispetto delle regole. Il Ministero usato come palcoscenico, la legge relegata a comparsa.

Nel 2019 noi abbiamo scelto di finanziare la legalità. Oggi siamo tutti costretti a finanziare le conseguenze di una propaganda fatta male e pagata peggio.

Morale della favola: rispettare il diritto costa sempre meno che calpestarlo per una passerella elettorale. Peccato che il sovrapprezzo lo paghiamo noi cittadini.

Negli ultimi giorni, il dibattito sulla sicurezza e sull'immigrazione in Emilia-Romagna ha preso una piega inquietante. Tra le intenzioni del Governo di imporre un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) a Bologna e i fatti gravissimi accaduti all'Ospedale di Ravenna, sta emergendo un modello di società che non ci appartiene e che, come cittadini, abbiamo il dovere di respingere.

L’Italia è un Paese in movimento

Dimentichiamo spesso che la migrazione è un tratto distintivo della nostra identità, storica e attuale. Mentre si tenta di criminalizzare chi arriva, migliaia di giovani italiani continuano a emigrare ogni anno in cerca di opportunità. La mobilità umana non è un reato, ma una realtà strutturale che attraversa le nostre stesse famiglie. Chiedere dignità per chi approda oggi significa riconoscere lo stesso diritto alla cura e all'accoglienza che vorremmo garantito ai nostri ragazzi che cercano futuro all’estero.

Non esistono "vite che valgono meno"

Il CPR non è una soluzione, è un fallimento. Da anni, in tutta Italia, queste strutture si sono rivelate dei veri e propri "buchi neri" del diritto: luoghi dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà fino a 18 mesi, in attesa di un rimpatrio che spesso non avviene mai.

Gestiti spesso da privati per profitto, i CPR riducono l'esistenza umana a una pratica burocratica da evadere tra carte false e dignità negata. È un sistema che non produce sicurezza, ma solo marginalità e disperazione. Esportare questo "modello" sul nostro territorio regionale significa tradire la nostra storia di terra aperta e solidale.

Medici, non agenti di frontiera: la nostra solidarietà ai sanitari di Ravenna

L'episodio accaduto all'Ospedale "Santa Maria delle Croci" di Ravenna è un campanello d'allarme per la nostra democrazia. Sei medici indagati e perquisizioni all'alba in un reparto di degenza: la "colpa"? Aver certificato l'incompatibilità di alcuni migranti con la detenzione nei CPR, seguendo scienza, coscienza e il Giuramento di Ippocrate.

Il medico cura, non indaga. Accusare dei sanitari perché ritengono un essere umano non idoneo a una cella è un attacco frontale all'autonomia della professione e al diritto universale alla salute sancito dalla nostra Costituzione. Non accettiamo l'idea di una "polizia in camice" al servizio di una propaganda che vuole trasformare ogni migrante in un delinquente.

Il Modello Nonantola: la nostra alternativa

Nonantola dimostra ogni giorno che un'altra strada è possibile. La nostra politica di accoglienza non è un'astrazione, ma una pratica quotidiana fatta di:

  • Accoglienza diffusa: rifiuto dei grandi centri in favore di piccoli nuclei integrati nel tessuto urbano.
  • Inclusione reale: percorsi di alfabetizzazione, formazione e lavoro.
  • Legalità e dignità: quella che nasce dal riconoscimento dei diritti e non dalla repressione della povertà.

La sicurezza di una comunità si costruisce rafforzando le relazioni, investendo sui legami sociali e sulla conoscenza reciproca, non alzando recinzioni o moltiplicando le sbarre. Per questo abbiamo presentato un Ordine del Giorno in Consiglio Comunale: per ribadire che Nonantola non resterà a guardare mentre si smantella il sistema dei diritti in favore di una narrazione securitaria e discriminatoria.

La solidarietà non si processa. L'umanità non si recinta.

Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo. Serve a commemorare e rendere omaggio alle vittime delle foibe e il trauma dell’esodo giuliano-dalmata: un atto di giustizia necessario per dare nome e dignità a quelle sofferenze. Tuttavia, la narrazione ufficiale si ferma spesso a una memoria selettiva. Si guarda agli abissi del Carso come se la storia fosse iniziata improvvisamente nel 1943, separando l’orrore dal contesto di violenza e sangue precedente. Per capire la tragedia del confine orientale bisogna avere il coraggio di guardare al ventennio fascista, dove l’odio è stato seminato a piene mani. Ignorare tutto questo non è una svista, è decidere di voltarsi colpevolmente dall'altra parte.

Dall'ascesa del regime, Mussolini ha scatenato nelle province orientali una vera guerra culturale. È stata una "bonifica etnica" sistematica: lingue slovena e croata bandite, cognomi italianizzati a forza, centri culturali slavi bruciati. In quel clima, la foiba non è comparsa nel 1943 come semplice nascondiglio per cadaveri; era già nel linguaggio dei gerarchi fascisti anni prima. Francesco Giunta, segretario del PNF a Trieste, parlava pubblicamente di "buttare nelle foibe" gli avversari slavi durante il ventennio. Non era un’esagerazione colorita, era una minaccia diretta: serviva a far capire esattamente cosa aspettarsi.

Il punto di svolta arriva nel 1941. L’invasione della Jugoslavia è stata un’aggressione pura, figlia della follia imperialista di Mussolini e di un delirio di superiorità razziale. L’occupazione della Slovenia e della Dalmazia non è stata affatto "bonaria": ha portato rastrellamenti, fucilazioni di ostaggi e la deportazione di migliaia di civili in campi come Arbe (Rab) o Gonars. Lì, tra fango e fame, la mortalità era altissima e non sfigurava rispetto ai campi di lavoro nazisti. Togliere quel ventennio di soprusi significa riscrivere la storia. Le foibe del 1943 e 1945 sono l’esito tragico di una spirale di violenza innescata dalle scelte criminali del fascismo. Chi finge che questa sequenza non esista costruisce un racconto rassicurante per chi vive di nazionalismo esasperato, ma lontano dalla realtà.

Accanto alle vittime delle foibe c’è l’esodo di 300.000 italiani che hanno perso tutto. Anche questo trauma non va isolato, ma visto come l’ultimo prezzo atroce delle ambizioni di un regime che ha ridotto il confine a un mattatoio.

Per questo l’uso che ne fa oggi la maggioranza di Giorgia Meloni è a nostro giudizio spregiudicato. La ricorrenza viene piegata a una narrazione che vorrebbe criminalizzare la Resistenza e ribaltare le responsabilità storiche per delegittimare l’antifascismo. Eppure la credibilità istituzionale richiederebbe una distanza netta dal fascismo e dai suoi crimini. Non si accettano lezioni di memoria da chi fatica a dirsi antifascista (se non quando, con le spalle al muro come nel caso delle leggi razziali, non può fare altrimenti) e minimizza le colpe del regime. La memoria non è un’arma da brandire contro l’avversario politico: o è intera, o è propaganda.

Il Giorno del Ricordo dovrebbe essere un momento di verità intera. Questo impone una condanna senza riserve delle uccisioni commesse dalle forze titine: omicidi che andarono ben oltre la vendetta contro i criminali fascisti, sfociando in regolamenti di conti personali e brutali esecuzioni sommarie. Per uno Stato di diritto l'assassinio è inaccettabile sempre, anche quando la vittima ha servito un regime spietato e si è macchiata di colpe orrende.

Il riconoscimento del dolore degli esuli deve però camminare insieme all'assunzione delle responsabilità fasciste. Responsabilità che vanno oltre l’aggressione militare e affondano in vent’anni di persecuzioni, assassinii politici e una guerra di sterminio che ha devastato comunità intere. Solo una memoria autenticamente antifascista, che include tutte le ombre del Novecento, può essere una lezione civile condivisa e non un semplice strumento di propaganda.

Questa immagine viene spesso usata dalla destra per raccontare le foibe e le violenze titine. Ma la storia dice l'esatto opposto: quelli che vedete sono civili sloveni fucilati dai soldati italiani a Dane nel 1942.