Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo. Serve a commemorare e rendere omaggio alle vittime delle foibe e il trauma dell’esodo giuliano-dalmata: un atto di giustizia necessario per dare nome e dignità a quelle sofferenze. Tuttavia, la narrazione ufficiale si ferma spesso a una memoria selettiva. Si guarda agli abissi del Carso come se la storia fosse iniziata improvvisamente nel 1943, separando l’orrore dal contesto di violenza e sangue precedente. Per capire la tragedia del confine orientale bisogna avere il coraggio di guardare al ventennio fascista, dove l’odio è stato seminato a piene mani. Ignorare tutto questo non è una svista, è decidere di voltarsi colpevolmente dall'altra parte.
Dall'ascesa del regime, Mussolini ha scatenato nelle province orientali una vera guerra culturale. È stata una "bonifica etnica" sistematica: lingue slovena e croata bandite, cognomi italianizzati a forza, centri culturali slavi bruciati. In quel clima, la foiba non è comparsa nel 1943 come semplice nascondiglio per cadaveri; era già nel linguaggio dei gerarchi fascisti anni prima. Francesco Giunta, segretario del PNF a Trieste, parlava pubblicamente di "buttare nelle foibe" gli avversari slavi durante il ventennio. Non era un’esagerazione colorita, era una minaccia diretta: serviva a far capire esattamente cosa aspettarsi.
Il punto di svolta arriva nel 1941. L’invasione della Jugoslavia è stata un’aggressione pura, figlia della follia imperialista di Mussolini e di un delirio di superiorità razziale. L’occupazione della Slovenia e della Dalmazia non è stata affatto "bonaria": ha portato rastrellamenti, fucilazioni di ostaggi e la deportazione di migliaia di civili in campi come Arbe (Rab) o Gonars. Lì, tra fango e fame, la mortalità era altissima e non sfigurava rispetto ai campi di lavoro nazisti. Togliere quel ventennio di soprusi significa riscrivere la storia. Le foibe del 1943 e 1945 sono l’esito tragico di una spirale di violenza innescata dalle scelte criminali del fascismo. Chi finge che questa sequenza non esista costruisce un racconto rassicurante per chi vive di nazionalismo esasperato, ma lontano dalla realtà.
Accanto alle vittime delle foibe c’è l’esodo di 300.000 italiani che hanno perso tutto. Anche questo trauma non va isolato, ma visto come l’ultimo prezzo atroce delle ambizioni di un regime che ha ridotto il confine a un mattatoio.
Per questo l’uso che ne fa oggi la maggioranza di Giorgia Meloni è a nostro giudizio spregiudicato. La ricorrenza viene piegata a una narrazione che vorrebbe criminalizzare la Resistenza e ribaltare le responsabilità storiche per delegittimare l’antifascismo. Eppure la credibilità istituzionale richiederebbe una distanza netta dal fascismo e dai suoi crimini. Non si accettano lezioni di memoria da chi fatica a dirsi antifascista (se non quando, con le spalle al muro come nel caso delle leggi razziali, non può fare altrimenti) e minimizza le colpe del regime. La memoria non è un’arma da brandire contro l’avversario politico: o è intera, o è propaganda.
Il Giorno del Ricordo dovrebbe essere un momento di verità intera. Questo impone una condanna senza riserve delle uccisioni commesse dalle forze titine: omicidi che andarono ben oltre la vendetta contro i criminali fascisti, sfociando in regolamenti di conti personali e brutali esecuzioni sommarie. Per uno Stato di diritto l'assassinio è inaccettabile sempre, anche quando la vittima ha servito un regime spietato e si è macchiata di colpe orrende. Il riconoscimento del dolore degli esuli deve però camminare insieme all'assunzione delle responsabilità fasciste. Responsabilità che vanno oltre l’aggressione militare e affondano in vent’anni di persecuzioni, assassinii politici e una guerra di sterminio che ha devastato comunità intere. Solo una memoria autenticamente antifascista, che include tutte le ombre del Novecento, può essere una lezione civile condivisa e non un semplice strumento di propaganda.

